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La gioia del sacerdote

A cento anni dalla nascita (5 maggio 1917) e a venticinque dalla morte (30 novembre 1992), la figura di p. Marrazzo si  delinea nella sua semplice grandezza.  Il suo primo biografo lo definì “Prete del popolo” per la sua capacità di stare tra la gente, specialmente tra le persone semplici e umili; l’ultima biografia edita dalla Velar lo presenta “Semplicemente prete” innamorato di Cristo e impegnato a renderlo presente sempre e dovunque; camminando per le strade di Messina ho sentito che alcuni lo ricordano il “118 degli ammalati”, sempre pronto, in qualsiasi ora del giorno e della notte, a recarsi al capezzale degli infermi. Per brevi periodi p. Giuseppe esercitò il ministero sacerdotale anche fuori Messina. Nel 1957 fu trasferito a Padova dove rimase per un solo anno. Trascorse l’estate sugli altipiani di Asiago assieme ai seminaristi rogazionisti. La gente del luogo lo ricorda come il “Prete della Madonna”.  Tra il 1972-1974 i superiori lo trasferirono a Zagarolo, diocesi di Palestrina, con l’incarico di parroco di una piccola comunità di campagna; al Vicario Generale bastò poco tempo per definirlo e presentarlo al Vescovo come lo “Specialista degli ammalati”. A Zagarolo non è stato un parroco di sacrestia in attesa di essere chiamato, ma un pastore in uscita, sempre alla ricerca degli infermi e degli anziani trascinando con sé i giovani che frequentava la parrocchia.  Mons. Fasola, anch’egli servo di Dio e pastore della chiesa messinese dal 1963-1977, definì il Santuario di Sant'Antonio clinica spirituale di Messina in cui p. Marrazzo era il medico di guardia. Questo è don Peppino visto dall’esterno. Sfogliando i volumi degli scritti raccolti durante l'inchiesta diocesana, possiamo farci un’idea di come egli si vedeva. Sapeva di essere peccatore amato e salvato dal Signore, come coloro che si inginocchiavano davanti a lui. «Non ho niente, Signore! Mi guardo e mi vedo povero, debole, peccatore, l’ultimo tra i tuoi figli. Se i più miseri sono i tuoi prediletti, io sono uno tra questi». Alla scuola di papa Francesco possiamo affermare che è stato confessore misericordioso perché ha sperimentato la misericordia e la gioia del perdono. La gioia! «Perdonare è la gioia di Dio. – scrive -  Essere perdonati è la nostra gioia!». Come tutti ha sperimentato la gioia di essere perdonato e come sacerdote ha sperimentato la gioia di perdonare. «Perdonare è una gioia divina! – confida ad una figlia spirituale - Quanto più misera è l’anima, quanto più grande il suo pentimento tanto più grande è la gioia del sacerdote. Queste sono le gioie che incontro nel mio ministero. Gesù trasmette la sua gioia al suo sacerdote che perdona i peccati. È una gioia divina!». Per don Peppino la confessione è un’immersione nella gioia del penitente perdonato e del Padre che ritrova il figlio che era morto ed è tornato in vita. Il nostro servo di Dio non è stato un professore di teologia, ma certamente ha avuto una forte esperienza di Dio giungendo a dire che «il mestiere di Dio, che è padre  e madre, è quello di perdonare i peccati» e il sacerdote, nella confessione fa il mestiere di Dio, per questo «deve avere la dolcezza e la maternità della donna. Non basta la paternità ci vuole anche la maternità». Sono molte le testimonianze di coloro che hanno individuato nella gioia la caratteristica particolare dell’apostolo della confessione. «Una persona che ha il cuore pieno di speranza, innanzitutto sorride. – ha dichiarato un teste - Gli occhi del Padre esprimevano sempre questa gioia». Un giovane penitente ricorda che «La gioia del cuore era la sua caratteristica particolare. Quando mi confessavo provavo una sensazione di gioia immensa. Ciò che provavo quando uscivo dalla Messa era una gioia difficile ad esprimere con le parole. Lui mi trasferiva la gioia del cuore che aveva ricevuto». Lo stesso giovane amico di don Peppino prosegue: «Ricordo anche un altro episodio (anni 1966/67) quando ci recammo dalla Piccole Sorelle dei Poveri in Messina. Noi ragazzi lo accompagnavamo. Ritornando, appena usciti mi disse: “sono davvero contento di aver portato un po’ di gioia e di allegria”». La sua gioia si raddoppiava quando la comunicava. L’esistenza terrena di p. Marrazzo si può riassumere in una sua battuta:  « Non ho fatto miracoli, ma ho cercato di asciugare le lacrime e di portare ovunque un po’ di gioia, perché il sacerdote è un generatore di gioia». Il forte legame con Dio era la ragione della sua gioia  rapporto costante per soddisfare la gioia dell’essere legato con lui: questo è stato un atteggiamento costante in lui.

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