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“L’anticamera del Paradiso”

Come Gesù misericordioso

Padre Marrazzo nella sua vita ha un unico modello: Gesù misericordioso, inviato dal Padre non per condannare, ma per salvare il mondo. È consapevole di “essere Gesù” che accoglie l’adultera e Zaccheo, risana i lebbrosi, siede in compagnia dei pubblicani e dei peccatori. Si sente nei panni del Padre misericordioso che attende pazientemente il figliol prodigo; sa di essere il buon Pastore che cerca la pecorella smarrita; è consapevole di essere sacramento di Gesù medico, venuto non per i sani, ma per gli ammalati. Si definisce taxista di Dio. Sempre in attesa di “passeggeri” da portare all’unica meta: le braccia del Padre. Per questo chiede insistentemente al Signore: «Mandami anime. Quelli che si accostano a me, si sentano più innamorati di te e vedano in me lo strumento della tua bontà». A differenza del taxista, che lavora per il salariato, padre Giuseppe lavora gratuitamente. Il suo salario è la gioia. Egli gioisce perché vede la felicità del Padre che ha trovato il figlio e la gioia del figlio accolto e perdonato dal Padre.

 

Nato per confessare

Era nato per fare il “taxista di Dio”. Se n’era accorto padre Angelico dei cappuccini. Vedendo con quanto zelo il giovane sacerdote si dedicava alla confessione e osservando i numerosi fedeli che, dopo essersi confessati, si rialzavano rigenerati, un giorno gli disse: «Voi sarete apostolo del confessionale». Fu profeta! Ma le profezie riguardano il futuro, non si realizzano immediatamente. Tutto sembrò sfumare quando i superiori lo trasferirono. Lasciò il Santuario di Sant’Antonio (Me) per stabilirsi a Padova con l’incarico di padre spirituale degli apostolini e animatore vocazionale. Cosa fare? Obbedire, senza perdere la speranza, e pregare. Chiede l’intercessione del Santo patrono dei confessori, sepolto proprio a Padova: «O san Leopoldo da Castelnuovo, voi che confessaste per circa 40 anni in Padova, ottenetemi che Messina diventi una seconda Padova per me. Che io diventi tanto santo, morto a me stesso e che faccia diventare il nostro Santuario un giardino profumato di virtù e di santi. Fatemi incontrare un buon padre spirituale e che io diventi il padre di tutti, che tutti quelli che si avvicinano a me siano presi dell’amore di Gesù, come il ferro dalla calamita». Con la confidenza e la fiducia di un bambino si rivolge alla Madre del buon Consiglio: «Mamma, ti chiedo di essere sacerdote veramente santo e di salvare anime. Mandami, ogni giorno, anime da aiutare e salvare. Mamma, se ti piace, fammi tornare al più presto a Messina a lavorare nel Santuario come una volta. Tu sai quanto ho sofferto. Fammi essere come padre Leopoldo che confessò circa 40 anni. Mamma, aiutami a diventare santo assieme alle anime affidatemi». Supplica il Padre celeste perché, nel nome di Gesù, gli conceda il «dono di conquistare i cuori e diventare un altro padre Leopoldo nel confessionale»; ringrazia il Signore anche per le croci «specie la croce del trasferimento da Messina. Fammi lavorare nella tua Chiesa, e se ti piace, fammi ritornare nel Santuario a Messina». Si rivolge anche al fondatore, Sant’Annibale, ponendo sulla tomba un biglietto con questa preghiera: «Amato Padre, esaudisci il desiderio del mio cuore: fammi tornare presto a Messina, qui in questa tua chiesa, che è un’anticamera del Paradiso. Ho fiducia che la mia assenza sarà solo di pochi mesi. Padre esaudiscimi presto». L’anticamera del Paradiso La preghiera è stata esaudita oltre ogni attesa. Nel 1958 è trasferito a Messina con l’incarico direttore del Santuario e confessore. Esercita il ministero della confessione per oltre 40 anni, come san Leopoldo. Il 30 novembre del 1992 muore nella piccola e povera cella attigua al Presbiterio. Dal 9 maggio 2014 riposa nel Santuario, proprio nel sepolcro dove per oltre 60 anni è stato deposto il corpo di sant’Annibale, lo stesso sul quale aveva lasciato il biglietto chiedendo la grazia di ritornare in Santuario, definito anticamera del Paradiso. Veramente il Santuario, per padre Marrazzo, è stato l’anticamera del Paradiso. Chi cercava padre Marrazzo era certo di trovarlo in chiesa. Ai confratelli che lo guardavano con occhio critico, perché confessava senza guardare l’orologio, senza orario, rispondeva con poche parole rivelatrici della sua carità pastorale e della sua fede: «Non voglio avere la responsabilità che qualche penitente muoia senza essersi confessato perché non mi ha trovato». Per questo era sempre in servizio anche durante la notte. La sera, prima di congedarsi dai confratelli avvisava il sacrista dicendo: «Se qualcuno mi cerca rispondi che il Padre sta riposando. Non ci sono per nessuno, tranne per gli ammalati e per coloro che vogliono confessarsi». Lo stesso sacrista attesta di averlo accompagnato più di una volta, a notte fonda, al capezzale di qualche infermo che desiderava confessarsi e ricevere l’unzione degli infermi. Voleva che il Santuario fosse un giardino di santi. Un pio desiderio? No! Padre Giuseppe ha fatto la sua parte perché il Santuario fosse l’anticamera del Paradiso, collaborando con tutte le sue forze perché Dio Padre s’incontrasse, per mezzo di Cristo, con ogni figlio che passava dal Santuario

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