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Una solerra di nome Teresa

Una sorella di nome Teresa

Per entrare nel cuore di Padre Marrazzo, bisogna ricordare che ha avuto per sorella e maestra Teresina di Gesù Bambino

  

Il 22 luglio 1957, festa di Maria Maddalena, è stato un lunedì speciale per don Peppino, una giornata indimenticabile.

Ritornato a Padova, dopo un breve soggiorno a Desenzano del Garda (Bs), apprende la notizia del trasferimento a Messina e trova una lettera spedita da Lisieux, in cui la superiora del Carmelo l’assicurava che «Santa Teresa si farà sua sorella». Come un bambino il pensiero corre subito a Colei che ha tessuto la trama di questo incontro: «Mamma, grazie e perdonami, vedrò cosa fare per ringraziarti. Mamma, Ti ringrazio dell’aiuto che mi dai nell’assegnarmi S. Teresina a mia sorella!».

Don Peppino ha varcato da qualche mese la soglia dei 30 anni, ma ha l’animo di un bambino in senso evangelico. Ha sempre amato i “bambini” ed ha avuto un trasporto naturale per Teresa di Gesù bambino. Il suo desiderio di avere Teresina come sorella coincideva con quello della Santa; glielo aveva scritto senza giri di parole: «O cara S. Teresina, tu che desiderasti tanto avere un fratello Sacerdote quando eri in terra, e Gesù tanto buono ti fece pervenire quella lettera di un seminarista che desiderava che una suora di Lisieux consacrasse tutte le sue preghiere per la sua santificazione e per tutte le anime che gli sarebbero state affidate, ti prego a volermi accettare per tuo fratello ora che sei in cielo».

La fraternità desiderata, richiesta ed ottenuta ha di mira un unico obiettivo che don Peppino affida ad una letterina: «Cara S. Teresina, Gesù mi affida a te come ad una sorella che deve aiutare il fratello a santificarsi. Con tutto il cuore accetto questo dono di Gesù; sono tuo fratello, aiutami, con le tue preghiere come sai fare tu, come aiutasti l’altro fratello in terra».

 

CERCHERÒ DI ESSERE UN BAMBINO

La via della santità percorsa da p. Giuseppe è la piccola via dell’umiltà e dell’infanzia. «Caro Gesù, perdonami per non averti veramente amato come Tu meritavi, sono qui piccolo bambino a presentarti il mio rinnovato proposito di amarti e farmi santo: essere umile, retto, ubbidiente, restare sempre piccolo piccolo».

Col trascorrere gli anni l’obiettivo della santità, attraverso la via dell’infanzia e dell’umiltà, rimane invariato. «L’unico scopo che mi propongo è: “unirmi più intimamente a Te [Gesù] per mezzo del tuo santo amore”. Cercherò di essere umile, piccolino, bambino, tanto da avere bisogno di essere ancora cullato dalla Mamma celeste, seduto sulle sue ginocchia e accarezzato; così mi sento nell’animo; Gesù, del resto Tu l’hai detto: “Se non diventerete piccoli non entrerete nel regno dei cieli”. Ho già 33 anni, quanti ne trascorresti Tu in terra, e mi sento sempre bambino. Gesù, benedicimi e grazie di tutto. Maria, mammina dolce e buona, passa la tua mano carezzevole sulla mia fronte, fammi sedere sulle tue ginocchia e lì insegnami le tue lezioni di umiltà, dolcezza, povertà, amore alle anime».

Il bambino dipende in tutto dai genitori, e questo lo rende felice spingendolo a ricambiare l’amore con l’amore: «Gesù, accendimi nel tuo santo amore: unico sospiro della mia vita. Sostieni la mia debolezza e donami la grazia di essere un bambino affettuoso verso di te».

 

ERO, SONO E SARÒ BAMBINO

È normale che il bambino si confronti con i coetanei; anche don Peppino lo fa con molto realismo, consapevole dei propri limiti, senza tuttavia scoraggiarsi; come il bambino, egli si affida ai genitori con serena fiducia ponendo in loro la propria forza: «Mio Gesù sono incapace di essere forte, risoluto, coraggioso, sicuro, vivo sempre nella timidezza, incertezza … vedo altri che sanno concretizzare tanto bene i pensieri da comunicare agli altri, io [mi trovo] nella incapacità di farlo... Però… mi affido a Te e alla Mamma del Buon Consiglio; sono un bambino bisognoso della vostra mano paterna e materna che mi sostenga e ho fiducia che non mi mancherà mai. La mia gioia è che Tu mi ami tanto, tanto; che Maria mi ama tanto, tanto; questa è la mia sicurezza».

Giunto all’età di 64 anni considera la vita trascorsa e si riconosce il bambino di sempre: «Padre infinitamente Padre, infinitamente buono, infinito Amore, solo Amore, tutto Amore per tutti noi Tuoi figli, grazie che mi hai voluto Sacerdote del Tuo Figlio Divino Gesù, nostro Salvatore. Non so perché hai voluto scegliere me; hai voluto posare lo sguardo della Tua benevolenza sulla mia nullità per compiere una missione che trascende la mia vita, la mia capacità. Tu lo vedi: ero, sono e resterò un povero bambino che ha bisogno di tutto, perché non so fare proprio nulla. So soltanto cantare qualche canzone e basta; poi tutti i difetti troverai in me. Ma sono Tuo figlio e questo mi fa gioire il cuore: sono Tuo figlio. E giacché hai voluto posare lo sguardo su di me, io posso solo dirTi: Grazie! Mille, mille, mille volte Grazie!». Anche il linguaggio è infantile e spontaneo

 

BILANCIO CONCLUSIVO

Nel novembre del 1981 don Peppino si trova al paese dove ha trascorso l’infanzia e parte della fanciullezza. È l’occasione per fare un bilancio, ma sempre con lo stile del bambino. «Caro Papà, sei contento, non sei contento di come ho risposto a tutte le tue cure in questa famiglia Rogazionista? Non lo so! So soltanto che mi vuoi tanto bene e credo nel Tuo Amore di Padre. Quanti anni, quanti mezzi della tua grazia, quante cure, quanta parola di Dio, quante, quante cose belle mi hai donato; ora sono qui come un passerotto solitario, con tanti difetti e manchevolezze. Forse dispiaceri proprio voluti, gravi, non te ne ho dati, non so giudicarmi, mi presento a te, Padre di infinita Bontà e ti guardo come un bambino che ha tanto bisogno dell’affetto senza di cui inaridisce e muore».

Sono le parole di un bambino consapevole dei propri limiti, ma anche della buona volontà con cui ha affrontato la vita, consapevole soprattutto di essere amato dal Papà che ha amato con tutte le forze.

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