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LA MIA CROCE

“LA MIA CROCE”

La croce di don Peppino non sta nelle grandi difficoltà, che pure ha avuto,

ma nel non gustare la vita religiosa non vederne l’utilità

pur vivendola in modo esemplare

 

Il legame tra sacerdozio e martirio è profondamente radicato nell’animo di Padre Marrazzo. La ragione è molto semplice e la spiega con un latino accessibile a tutti: «Tota vita Christi crux et martyrium. Sacerdos alter Christus. Tota vita Sacerdotis crux et martyrium». La vita di Cristo è stata croce e martirio. Il sacerdote è un altro Cristo per cui nessuna meraviglia se anche la sua vita è croce e martirio. È naturale! In altre parole tutta la vita del sacerdote è all’insegna dell’Amore, quello vero. Sulla croce, infatti, si è manifestato l’amore di Dio e dalla croce siamo stati salvati. Il sacerdote coopera con il Signore alla salvezza del mondo unendosi al Suo dono supremo. In questo modo la croce, che prima di Gesù era un castigo e supremo segno di odio, è diventata segno dell’amore più grande.

 

MAMMA SACERDOTALE

Ciò che padre Giuseppe dice del sacerdote e di sé in quanto sacerdote, vale per ogni cristiano, chiamato a seguire Gesù portando la croce; vale in particolare per la Madre di Gesù e la mamma sacerdotale. «Mater semper Mater Sacerdotis. La Mamma vive la stessa vita del figlio perciò tutta la vita della Mamma è crux et martyrium. Ma per la Mamma è gioia sacrificarsi, consumarsi per il figlio e per il figlio la Mamma è la gioia, la vita, la luce, la forza: il figlio è la gioia della Mamma e la Mamma è la gioia del figlio». Il discorso vale per la sua mamma sacerdotale alla quale scrive: «Vivi tutta per Gesù, tutta Gesù. Egli Ti ha fatto un dono bellissimo: la Maternità Sacerdotale che Tu stai vivendo con grande gioia. Ti costa tanto fare la mamma, ma le vere gioie, quelle di Gesù, costano tanto, tanto».

 

IL MARTIRIO DI DON PEPPINO La Vita Consacrata è sempre stata ritenuta un martirio, nel senso di testimonianza evangelica. Don Peppino  non esita a considerarla un martirio inteso come sofferenza per Cristo, secondo la nota definizione di san Giovanni Berchmans: «Vita Communis, maxima poenitentia mea». La mamma sacerdotale lo aveva capito, infatti gli disse candidamente: «Il Signore ti ha dato il martirio di non poter gustare la vita religiosa, non vederne l’utilità». L’insoddisfazione non era dovuta al peso della Regola e della vita comune, tutt’altro. La ragione del martirio affiora anche in una preghiera al Signore risalente al 1974. «O Gesù, tu sai fare la perfetta radiografia dell’anima, senza che io Ti parli. Tu sai come in questa famiglia religiosa non ho trovato come vivere tutte quelle aspirazioni che mi hai fatto sentire. Sono arrivato a dire, Tu lo sai, se dovessi rinascere non mi farei religioso, Sacerdote sì, religioso no. Anche in tanti altri ho visto la stessa insoddisfazione. Modi di agire che non mi scendono nell’animo, mi infastidiscono. Non ho trovato quanto avrei voluto. Sarà un mio difetto, ma sono qui. Tu sai che in tante vicende ho domandato a competenti, mi dicono “hai ragione”, ma poi i provvedimenti sono tutti al contrario. Cosa pensare? Cosa fare? Gesù, infondimi Tu nell’animo tutto quanto è necessario per vivere, sentire come vuoi Tu». La ragione del disagio non è nella Vita Consacrata in quanto tale, ma nel modo come la si vive: «Come sento dover essere la vita religiosa, e come la vedo nel contesto sotto i miei occhi, non corrisponde. Lo ripeto che mi sento a disagio»

 

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