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CINGHIA DI TRASMISSIONE

di Agostino Zamperini - Postulatore Generale

 

La fama di santità di padre Marrazzo era ed è trasversale: è ritenuto santo dal ricco e dal povero, dal professore e dall’illetterato, dal professionista e dal contadino, ma soprattutto dalle persone semplici:

ammalati e poveri. A loro si è dedicato instancabilmente sia a Messina che a Zagarolo (Roma). Li visitava ed aiutava coinvolgendo i figli e le figlie spirituali.

È vero che pur di portare Gesù entrava nelle case dei ricchi, anche se non si trovava propriamente a suo agio. Amava entrare e intrattenersi nelle case delle persone semplici: era come tornare nella casa paterna essendo di umili origini.

 

POVERO CON E PER I POVERI

Si definiva “tassista delle anime”, sempre disponibile per portare le persone a Gesù col sacramento della confessione e Gesù alle persone specialmente con la comunione agli ammalati. A Messina ancora oggi lo definiscono “il 118 delle anime” sempre pronto ad intervenire, giorno e notte, là dove veniva chiamato; Mons. Fasola, arcivescovo di Messina, lo definì infaticabile “medico di guardia”, sempre in attività h24; «se aveva offerte in denaro – assicurano coloro che lo hanno conosciuto – erano per la gente e «qualunque cosa gli venisse donata, la donava agli altri». Fungeva da cinghia di trasmissione: quello che riceveva dava. Soleva ripetere: «Cu busca e dà... in paradiso va!». Immagini diverse per dire che padre Giuseppe era l’uomo per gli altri, l’uomo delle relazioni, estroverso, in continuo movimento perché radicato in Dio. Aveva compreso per esperienza, contemplando Gesù, che «c’è più gioia nel dare che nel ricevere», convinto che «Dio ama chi dona con gioia». Queste parole orientavano le sue scelte, persuaso che chi si fa «servo» per amore di Cristo e dei fratelli è veramente libero e felice. «Si faceva povero con i poveri, si manteneva esageratamente povero - asserisce Matilde Penna Sagone - era povero assolutamente in tutto, di una povertà dignitosa. Ma riguardo ai paramenti sacri era molto attento che fossero puliti». Visse la povertà non a parole e a intermittenza ma per tutta la vita; il denaro per lui non aveva importanza.

Tutto quello che aveva lo dava agli altri. Una figlia spirituale, docente universitaria, conferma quanto già ricordato: «Era come una cinghia di trasmissione. Riceveva e dava. Le offerte che gli davano le dava agli altri». Un altro teste assicura che «era una persona molto dignitosa, molto pulita, ma niente di più. Il Padre non era ricercato. Ci diceva che la vera povertà è quella interiore». Dalle testimonianze apprendiamo che «aveva i piedi a terra ma lui era altrove, lo si percepiva in ogni gesto. Una volta diede il suo cappotto a un povero riservando per sé quello della sorella morta: usava un cappotto da donna!». Non cercava la povertà per se stessa, ma in vista del comandamento dell’amore: gli permetteva di condividere la condizione dei poveri e soccorrerli riconoscendo in loro il Signore. «La

base di tutto è la carità» soleva dire ai fedeli. Uno dei suoi superiori ricorda che: «Aveva pochissime cose, di libri non ne parliamo. Anche i vestiti credo che fossero quelli che venivano portati dalle famiglie per soccorrere i poveri. Aveva un atteggiamento molto distaccato, come se le cose appartenessero ad altri».

 

EDUCAVA ALLA POVERTÀ

L’amore per la povertà è come un filo rosso che ha attraversato ed illuminato la sua esistenza. Esortava i figli e le figlie spirituali a mettersi a servizio dei poveri e a vivere la povertà, secondo il loro stato di vita. Una sua penitente rammenta che «non dava mai personalmente il denaro, ma lo consegnava

a noi per portarlo ai poveri. In questo modo ci offriva la possibilità di  avvicinarci ai poveri ed entrare nelle loro case». Si serviva delle donne della Pia Unione e anche di un diacono. Una professoressa rammenta che «una volta, confessando, vide il diacono Tanino Cavallaro. Lo chiamò e gli diede del denaro per portarlo ad un povero, raccomandandogli di non dire che lo aveva dato lui». Non era superficiale o ingenuo, ma avveduto e prudente nel destinare le offerte ricevute; se temeva che potessero essere utilizzate male da qualche povero, anziché denaro dava cibo. Alcune signore erano incaricate di scrivere sulle buste il nome dei poveri con relativo denaro da dare loro a seconda dei componenti della famiglia. Non imponeva nulla, ma quando le socie della Pia Unione gli chiedevano consiglio circa le spese da fare era risoluto nell’invitarle a non sciupare il denaro.

Ecco, a proposito, la testimonianza della signora Giovanna: «Non mi ha mai fatto comprare una pelliccia, come io desideravo. Gliene parlai in uno dei cammini fatti insieme verso il Santuario della Guardia e ricevetti il suo fermo diniego».

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