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Uomo di speranza

 

Agostino Zamperini rcj

Postulatore Generale 

Ecco il leit motiv che riscontriamo in tutte le deposizioni rese nel corso dell’inchiesta diocesana di p. Giuseppe Marrazzo: «Era uomo di speranza e testimone di speranza!».

Confessore: uomo della speranza. Oltre al desiderio di essere riconciliati con Dio, la speranza era senza’ altro una delle ragioni per cui i fedeli desideravano confessarsi da don Peppino. Ne è certa la signora Giovanna, la quale attesta che «era un uomo di speranza, aveva molta speranza! Per questo la gente si confessava da lui. Chi si confessava da lui andava via con la speranza nel cuore».

Speranza: forza nella debolezza. Il nostro Venerabile è la prova che la speranza è la virtù e la forza dei deboli, degli umili dal cuore puro, di quanti si adoperano per alleviare i dolori, dei costruttori di pace e di quanti hanno a cuore il bene del prossimo. Egli infatti «si presentava debole, quasi senza forza, ma viveva con speranza, portava la sua croce accettando tutto con una forza particolare, frutto della fusione con Cristo crocifisso. Mai dava segni di sconforto».

Fede: fondamento della speranza. Non c’è da meravigliarsi – osserva un giovane confratello – se «per p. Giuseppe speranza e fede in Dio erano una certezza». Fortemente convinto che Dio è misericordia, riconosceva, per averlo sperimentato personalmente, «che solo la misericordia di Dio è la speranza delle anime»; per questo soleva ripetere sempre a tutti, e innanzitutto a se stesso: «affidiamoci alla misericordia di Dio! Egli solo è la nostra speranza».

Speranza nelle prove. Umiltà, mansuetudine e serenità sono il metro per valutare la consistenza della fede e della speranza, specialmente nell’ora della prova. Il profeta Isaia descrive la fede e la speranza del Servo sofferente con l’immagine dell’ agnello mite che non apre bocca davanti ai tosatori (53,7). Una teste, legata a p. Giuseppe da vincoli spirituali, assicura che «era una pecora mansueta, era l’umiltà che camminava. Anche durante le prove mai ha perso la speranza. In merito alla prova subita col trasferimento a Roma lui non si scoraggiò, ma visse quei momenti con pace e serenità». P. Ciranni, ex superiore generale, è convinto che p. Marrazzo, sebbene non lo dimostrasse, abbia sofferto moltissimo, e rammenta che «tornando a Messina, riprese il suo lavoro. Ritengo – conclude il teste – che mai abbia perduto la dimensione della speranza. La sua è stata una sofferenza intima, ma non una disperazione».

Nell’imminenza della morte è normale che fede e speranza siano messe alla prova! Anche Gesù nel giardino degli ulivi ha provato angoscia, oppresso da una tristezza mortale. «Non so se avesse paura della morte, – dichiara Giovanna – ma so per certo che aveva grande fede e speranza». La vigilia della morte «stava male ma non voleva un medico. Lo attendevo a Collereale e una suora mi disse che non sarebbe venuto. Allora andai al Santuario, lo vidi e mi disse che non si sentiva bene e voleva risparmiarsi. Durante l’ultima omelia fece questa confidenza: “Io ho sempre amato Gesù e se viene anche stanotte spero mi trovi pronto”. Morì quella notte, il 30 novembre 1992». La sua speranza non era fondata sulla ragione, ma sull’amore al Signore manifestato non solo con le parole, ma con le opere. (Continua)

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