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I segni della speranza

Serenità, sorriso, canto e gioia 

di Agostino Zamperini

Postulatore Generale

 

In don Peppino la speranza, radicata nella fede in Gesù, è stata forza nella debolezza e sorgente della gioia, nonostante le prove, anzi proprio tra le prove, infatti, le prove e le oscurità rafforzano la speranza più che corroderla. Fede e speranza sono state il sostegno della sua vita fino alla vigilia della morte. Proprio perché uomo di speranza è stato anche testimone di speranza. Più che con le parole ha manifestato la speranza con il suo stile di vita. Claudio, medico chirurgo che ha conosciuto p. Marrazzo negli anni in cui frequentava l’università di Messina, dichiara di aver imparato dalla vita di don Peppino ad «affidarsi alle mani della Madonna, che ci porta a Gesù, per cui quando le cose vanno male non me la prendo con nessuno. Mi affido a Lei e seguo la strada che p. Marrazzo mi ha indicato con la sua testimonianza, proiettandomi verso Dio». 

La speranza si coniuga con la serenità.

Sorriso e serenità sempre, con tutti e ovunque, erano i segni della speranza che sosteneva padre Giuseppe. Non era ingenuo, ma semplice come un bambino, per questo era sereno. «Tutte le volte che ho avuto modo di incontrarlo - scrive Daniela - lo vedevo sereno, non lasciava trasparire alcuna preoccupazione o nervosismo. Secondo me la sua serenità si fondava sulla speranza e sulla fiducia in Dio e, quindi, tutto ciò che gli succedeva lo vedeva in Dio. Quando era con gli altri traspariva questa serenità, e sono certa che se c’era qualche sofferenza la confidava solo al Signore». Un altro testimone ricorda di «non aver mai sentito dalla sua bocca una lamentela, uno sfogo. Viveva della volontà di Dio. L’ho visto sempre gioioso, mai preoccupato». Eppure, come tutti, certamente ha avuto le sue preoccupazioni e più di qualche motivo per sfogarsi: l’incontro col Signore nella preghiera era sicuramente occasione di sfogo, ma soprattutto occasione per recuperare e rafforzare la speranza. «Sicuramente - leggiamo tra le testimonianze - ha avuto prove spirituali, ma non le ha mai scaricate su di noi. Di fronte a incomprensioni o ad uno screzio lui cercava di portare serenità, appianando eventuali problemi. Ho imparato da lui, dal suo comportamento a non riversare sugli altri i miei pesi per essere segno di speranza, come lo è stato lui». 

Bastava un sorriso.

La speranza quando è vera trapela da tutta la persona: dalle parole, dal sorriso, dallo sguardo, dal modo di porsi tra gli altri, ecc. «Tutto ciò che lui diceva e faceva, l’espressione del suo volto, il suo sorriso, tutto nasceva dalla speranza e dall’amore verso Dio». Chi ha «il cuore pieno di speranza, innanzitutto sorride. Gli occhi del Padre esprimevano sempre questa gioiosa speranza». Questa affermazione di Antonino trova conferma nelle parole di Giovanna, la quale tra le espressioni più belle della carità di don Peppino ricorda «il sorriso e la speranza che donava agli altri e la paterna accoglienza riservata a ciascuno». La dott.ssa Palma Carmela Arezio, da parte sua, rammenta che «il Servo di Dio viveva la virtù della speranza con spirito di serenità e di calma, infondendo speranza anche in chi si recava da lui». 

Canta e cammina!

Il pellegrinaggio e il canto sono universalmente riconosciuti come segni di speranza: cantare e camminare, camminare cantando. Certamente padre Marrazzo non era un cantante, ma avvertiva la necessità di cantare per esternare la gioia e possibilmente destarla negli altri. Era sufficiente vederlo con la chitarra - ne aveva anche una elettrica - per sentirsi rinfrancati e attratti non dalla curiosità, ma dal desiderio di cantare insieme e moltiplicare la gioia. Dedicava la domenica pomeriggio alla visita degli ammalati di “Collereale”, e non solo. Era un impegno portato avanti con fedeltà, occasione di “ricreazione” nel senso più vero del termine: si rigenerava rigenerando gli altri. I ricoverati lo attendevano per ricevere una boccata di sollievo, si sentivano considerati e amati. Impegno portato avanti durante i due anni di “esilio” trascorsi a Zagarolo presso la parrocchia “Madonna della Fiducia”. Era addolorato perché ingiustamente allontanato da Messina e, soprattutto dai figli spirituali. Chiunque al suo posto avrebbe tirato i remi in barca, abbandonato la chitarra e ritirandosi nel suo guscio; invece non desiste dal seminare speranza. «Vado dai sacerdoti ammalati, – confida ad una carissima figlia – vado dai vecchietti nel pensionato, all’ospedale, dovunque mi è possibile. Per me è una gioia, quando la sera guardo la mia giornata trascorsa a fare del bene. Con un gruppo di nostri giovani vado a suonare e cantare con la chitarra: anche questa è un mezzo tanto bello per avvicinare i fratelli sofferenti e dare un po’ di speranza».

 

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